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Posts Tagged ‘Fusignano’

Come spiegavo appena nel post scorso, i fumetti della Sergio Bonelli Editore hanno svolto un ruolo importante nella mia formazione. Ho cominciato a leggere Tex nell’aprile del 1990, con un paio di numeri antichi reperiti nella soffitta della nonna materna: pochi giorni dopo andai in edicola a vedere come se la passava in quel periodo, e non lo mollai per oltre sette anni. Zagor arrivò l’anno dopo, quando il personaggio ne compiva giusto trenta, perché ero una specie di residuato generazionale, non mi ero lanciato sulle serie più recenti, Dylan Dog, all’epoca colossale fenomeno di costume in divenire, il neonato Nathan Never, no, leggevo i classici che anche qualche parente mio poteva aver letto negli anni ’70, e in effetti pure nel caso di Zagor erano poi emersi alcuni albi dalla stessa soffitta, che aveva pochi tesori da offrire ma davvero preziosi.

Ricordo le storie classiche di Zagor di Guido Nolitta (cioè Sergio Bonelli stesso mimetizzato dietro alla macchina da scrivere) e Gallieno Ferri come qualcosa di bellissimo, pochissimi i passaggi a vuoto, fisiologici in una serie mensile, e una vastità di respiro che andava a coprire tutte le sfumature dell’avventura classica. All’atto pratico, preferivo le ristampe di “Tutto Zagor”, dal valore collezionistico nullo, alle avventure inedite della collana Zenith, con l’inconfondibile numerazione sfalsata, perché era lì che si poteva trovare il personaggio nella sua espressione più pura. A oltre vent’anni di distanza l’idea di una rilettura mi provoca un sottile sentimento di paura, intuisco la possibilità di un drastico ridimensionamento e sento il dovere verso me stesso di conservare intatto il ricordo di quel sense of wonder alla stregua di un patrimonio immateriale personale, che qui l’umanità c’entra poco.

I disegni di Ferri al suo apice, a metà tra i sessanta e i settanta, erano inconfondibili, e senza nulla togliere a Franco Donatelli e Franco Bignotti, i colleghi che più frequentemente gli davano il cambio, entrambi autori di una credibile interpretazione del personaggio, si percepiva immediatamente che Zagor era cosa sua: il dinamismo delle scene d’azione, l’atleticità della figura, asciutta e potente, e soprattutto lo sguardo, quegli occhi chiari spesso socchiusi la cui espressività emanava una potenza quasi cinematografica. 

In quegli stessi anni in cui leggevo pieno d’estasi le ristampe, durante le medie, Ferri si presentò a Fusignano (RA), patria di Arrigo Sacchi a cinque minuti di macchina dal mio paese, per inaugurare una piccola mostra dedicata al suo personaggio, se la memoria non mi tradisce presso la biblioteca locale. Supplicante, chiesi a mio padre di accompagnarmi e lui si dispose stoicamente al compito. Da bravo coglioncello non portai albi da autografare nonostante ne avessi piena la cameretta, e sotto la pressione dell’urgenza, chiesi timidamente a Ferri uno schizzo sul retro del volantino di presentazione dell’evento: in un paio di minuti ne venne fuori uno Zagor che si portava la mano alla bocca nel grido di battaglia (che per i più incolti, era e rimane “AYAAAAAAK”, numero di A variabile a seconda dell’enfasi della situazione). Mio padre si sentì in dovere di ringraziare immediatamente Ferri, che invece sembrava quasi dispiaciuto di quel bozzetto così precipitoso. Accecato dall’emozione, io ci capivo pochissimo. Il volantino è andato perso da anni, ma per capirci, alcuni celebrati disegnatori Image della prima ora (spariamo sulla croce rossa: Rob Liefeld), non hanno mai disegnato qualcosa  che valesse la metà di quello scarabocchio regalato a un trepidante piccolo fan. A casa me lo riguardai mille volte, non perché fosse bellissimo, ma perché semplicemente era fumetto in azione, avevo visto il signore delle copertine di Zagor, che all’epoca era già ultrasessantenne, tirarmi fuori dal nulla lo spirito con la scure sul più anonimo dei supporti. Potevo intuire in quello schizzo l’inizio del lungo processo che porta dalla tavola intonsa al fumetto finito, e per me che allora volevo fare lo sceneggiatore, era tutta una vertigine.

Nel corso degli anni, smisi di seguire Zagor, non saprei nemmeno dire a quando risale l’ultima avventura letta, ma continuavo a bazzicare lidi bonelliani per affetto, riconoscenza e curiosità per le nuove pubblicazioni. La morte di Sergio Bonelli nel settembre del 2011, che cercai invano di omaggiare su queste colonne, mi colpì profondamente. Consultavo spesso il sito della casa editrice, sì, il sito, capitolo importantissimo del complicato e contraddittorio adeguamento del colosso milanese alla modernità (ce ne sarebbe da scrivere…) e spesso andavo a sbirciare le copertine di Zagor, perché sapevo che le faceva ancora Ferri, perpetuamente in attività. In alcune di quelle immagini, sgradevole a dirsi, Zagor sembra ormai piegato dall’artrite, alcuni personaggi paiono pupazzetti di plastilina, ma l’attaccamento di tale monumentale professionista alla sua creazione era comunque commovente.

Appena saputo della sua morte, sono andato a cercare la copertina del prossimo numero, chiedendomi con quanti mesi di anticipo lavorino in Bonelli e quando subentrerà il suo sostituto, ancora senza nome. Ne ha disegnate più di seicento, oltre a svariate migliaia di tavole. Ha creato graficamente anche Mister No, ne ha disegnato la prima avventura e 115 copertine, anche se poi la caratterizzazione definitiva del personaggio rimane quella di Roberto Diso. Gallieno doveva restare a Darkwood, insieme a Zagor, e lasciare ad altri la foresta amazzonica che Jerry Drake aveva scelto come seconda casa, e così fece.  

Gallieno, ho voluto bene ai tuoi disegni. Grazie per quel bozzetto a Fusignano. Riposa in pace.

(se cercate Zagor su Google Images, i disegni sono quasi tutti suoi, ma resta un po’ poco per definirne l’arte)

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