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Posts Tagged ‘Jukka Reverberi’

Quando nel marzo dell’anno scorso è uscito “Austerità” ho improvvisamente ma forse tardivamente deciso, di fronte all’evidenza inoppugnabile di un disco pubblicato, che gli spettacoli che Max Collini stava tenendo in giro per lo stivale con Jukka Reverberi (quello dei Giardini di Mirò, ok, ma anche quello che strappava i biglietti del cinema in “Piccola Pietroburgo”) erano a tutti gli effetti diventati concerti. Il leggero slittamento semantico era drastico e liberatorio: Spartiti non era più un progetto ed era diventato un nuovo gruppo. Perché poi attribuissi tale importanza alle esibizioni dal vivo, visto che ero e sono tuttora in Spagna, a una distanza spesso insormontabile dai tour italiani, non saprei dirlo: ma tant’è.

Forse, trovandomi di fronte a un gruppo (e un gruppo fa concerti, lo sanno tutti) potevo sperare di ritrovare i racconti di Collini in una dimensione che mantenesse la giusta continuità con quello che gli Offlaga Disco Pax avevano rappresentato per me e proseguire un percorso d’ascolto che la morte di Enrico Fontanelli sembrava avere interrotto in modo inappellabile e traumatico. E ritrovando quella voce e quelle storie (e poi altre, e di altri, e questa era la novità) ho constatato per l’ennesima volta la persistenza del mio cronico migliorismo, e ho ascoltato il disco decine di volte, felice como solo di fronte a un’amicizia ritrovata.

Poi sono passato dall’Italia, una fugace vacanza domestica, e per grata coincidenza, gli Spartiti suonavano a Bologna in quei giorni. Inizio di giugno, domenica sera, la città bella come nemmeno nei miei ricordi più indulgenti. Un caro amico era addirittura sceso apposta da Torino. E il concerto mi è parso fantastico, e io lì a chiedermi con un leggero senso di colpa perché quell’unica, remota esibizione degli Offlaga all’Estragon alla quale avevo assistito in tempi remoti (2005?) mi fosse sembrata un mezzo disastro.

È stato in quell’occasione che ho ascoltato per la prima volta i pezzi di “Servizio d’Ordine”, o almeno la maggior parte. E in effetti questo mini, che a dirla tutta supera agevolmente la mezz’ora, nasce con l’intento di compilare brani che facevano ormai parte in pianta stabile del repertorio live: è la dialettica abituale tra dischi e concerti che è normale per tutti i gruppi.

In effetti la cover di “Qualcosa sulla vita” dei Massimo Volume è registrata proprio dal vivo, e chiude il disco così come abitualmente chiude i concerti, con una dilatazione strumentale che non appartiene all’originale ma che certamente non lo snatura. E forse è bene partire proprio da questa cover, perché qui, a conti fatti, Collini scrive solo due testi su cinque. La title-track è tratta da un romanzo di Marco Philopat , la narrazione partigiana di “Ida e Augusta” è opera di quell’Arturo Bertoldi già dietro a “Sendero Luminoso” sul disco d’esordio, e come detto, la chiusura del programma spetta alle parole di Emidio Clementi. A Collini appartengono la terza (“Elena e i Nirvana”) e la quarta traccia (“Borghesia”) e il cambio di registro si avverte immediatamente, ma non è traumatico perché ormai si intravede chiaramante che l’unità di fondo del… hum… progetto, sta soprattutto nella voce narrante, nel ritmo e nel tono che impartisce alle storie, laddove negli Offlaga era qualcosa di più organicamente collegato all’universo narrativo evocato ricordo dopo ricordo. Per questo le parole di altri finiscono per non stonare (anche se alcune delle sortite esterne di “Austerità” non mi avevano convinto pienamente), mentre si definisce una continuità tra le tracce che può essere di volta in volta “ideologica”, come in “Servizio d’ordine”, geografica, perché il reggiano continua a essere il centro indiscusso di un cosmo che pure in qualche modo si è ampliato, o anche solo dettata da affinità a prima vista meno visibili.

Alle musiche il compito non facile di variare registro assecondando le narrazioni, senza rubare la scena alle parole e senza restarne schiacciata. Già in “Austerità” si apprezzava una varietà di spunti e intuizioni notevole, con una piacevole interazione e/o alternanza tra partiture chitarristiche mai meramente “descrittive” e campionamenti tagliati con perizia.  E se il post-rock ad alto lirismo di “Ida e Augusta” è in linea con la storia musicale di Reverberi e finisce per fare spontaneamente il paio con la rilettura dei Massimo Volume, “Servizio d’ordine” è tesa, plumbea, incalzanteI languidi affondi lounge di “Borghesia” reggono alla perfezione una storia deliziosamente ingannevole, ma il meglio arriva con “Elena e i Nirvana”, che con Kurt Cobain non c’entra un tubo (e neppure coi Diaframma, George Micheal, Lisa Stanfield e Rick Astley, citati nel testo) e che arriva a suggerire di straforo un’imprevista somiglianza tra le strade provinciali percorse da Collini con la sua utilitaria scassata e le luminose Autobahn di un certo famoso quartetto tedesco. E sì, anche a me pare un’iperbole, ma gli ascolti accumulati sembrano confermarla con discrezione.

E qui terminerei questa non-recensione che non avrei saputo scrivere mantenendo concisione e obiettività, ma che non volevo lasciare nell’immateriale cimitero dei post non scritti solo perché il disco in oggetto è già vecchio di tre settimane. Su queste colonne il tempo è un concetto relativo e non è il caso di formalizzarsi.

Le info del caso, qui.

 

 

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