Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Led Zeppelin’

La zona grigia che segue immediatamente il risveglio è l’unico momento (ok, a rigor di logica avrei dovuto scrivere luogo, ma la logica in questo post non avrà diritto di cittadinanza e poi siamo tutti a mollo nello spaziotempo, nel caro vecchio continuum, quindi glissiamo) in cui possiamo nutrire la speranza di trattenere i sogni esattamente come giureremmo di averli sognati. Poi però ci addentriamo nel risveglio, che altro non è che un quotidiano ritorno alla prospettiva spaziale dentro la quale facciamo le cose, e finisce che il sogno evapora, che forse ce lo ricordiamo ancora, ma che nelle parole suona inetto e piatto, anche se magari ne conserviamo vagamente il bandolo. Ebbene, da pochissimo ho scoperto empiricamente che questa labile facoltà mnemonica può valere non solo per il sogno fresco di nottata, ma anche per quelli d’archivio perché, in quel territorio cedevole, tra sogno e ricordo non passa troppa differenza.

La scoperta la devo allo smartphone, porco cazzo, perché da quando ne ho preso uno coi punti fedeltà accumulati a forza di fatture mensili, mi capita spesso di controllare la corrispondenza ancora spalmato sul letto, nel buio della stanza spenta, senza gli occhiali, e quindi in completa balia della miopia. E mentre cerco un ragionevole compromesso tra distanza di lettura -ho un’autonomia di 5-10 cm- e luminosità sparaflesciante dello schermo, comincio la giornata senza obbligarmi a uscire dalla zona grigia. Spesso dimentico il contenuto di una mail, o addirittura di averla letta, come se di cose sognate si trattasse. Ma in quei momenti, ripeto, ancora non ho recuperato lo spazio reale. Ed ecco quindi che sabato scorso mi sono trovato nella posta di Facebook questo link e l’ho seguito ancora mezzo dormiente.

(a questo punto dovreste avere cliccato tutti quanti. Su, che devo proseguire)

E mentre guardavo questa cosa meravigliosa vedendo pochissimo, per ineffabili sentieri, ho ritrovato perfettamente un sogno vecchio di mezza vita, che a parole avevo raccontato troppe volte senza mai poterle oltrepassare, le parole. E al cospetto di sì vivida epifania, in hoc signo vinces!, l’arcangelo mi ha ordinato di cavarne fuori un post, immediatamente! L’intensità pittorica di quelle sensazioni era sconvolgente.

Nel frattempo, sono passati tre giorni. L’arcangelo non mi è più apparso, ma probabilmente al prossimo giro lo farà solo per elargirmi un cazziatone superno, ammesso e non concesso che ne sia degno, e nella carovana dei giorni si è persa di nuovo la possibilità di superare le parole. Rieccomi quindi a raccontare il sogno senza poterne restituire il mistero, ma questa volta per iscritto.

In realtà c’entrano solo i Black Sabbath, Romina Power non ricordo di averla mai sognata, anche se il rappato di “Cara terra mia” è fatto sicuramente della stessa sostanza degli incubi. Ma ecco, era paro paro un matrimonio impuro tra i quattro di Birmingham e la galassia del nazionalpopolare nostro, come il video che avete appena visto. E, nella mia testa, è successo realmente. Mi rendo conto mentre scrivo che questa insistenza è parente stretta dell’assillo che tormentava le voci narranti dei racconti di Lovecraft, impegnate nell’elusiva descrizione di orrori ineffabili. Era l’aprile del ’96 e a ridosso dei sedici anni l’amore per la musica si stava facendo feroce. Il mio punto di partenza fu l’hard’n’heavy. Internet non ce l’avevo ancora e mi documentavo in cartaceo, riviste e libri sulla storia del genere, per capire quali dischi fosse urgentissimo reperire. E nel sogno questo spunto del vissuto si ripete. Stavo leggendo un libro di questo tipo, il capitolo sui Black Sabbath, che già conoscevo bene. Il gruppo si forma nel 1968. Un quartetto. Ozzy Osbourne alla voce, Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso, Bill Ward alla batteria. Sì. Questa formazione incide dischi per tutti gli anni ’70, forgiando un nuovo linguaggio sonoro, pesante e oppressivo. Heavy Metal. Doom. Sì. Nel 1980 Ozzy Osbourne lascia il gruppo per inseguire una carriera solista. Ok, sarebbe 1979 e Wikipedia dice che Ozzy fu licenziato da Iommi, ma più o meno ci siamo. Entra Ronnie James Dio, ex Rainbow, e nel 1980 (diamogli tempo di scrivere le canzoni, per Giove) esce “Heaven and Hell”. No. No. Qui il sogno svicola, e nel gruppo entra, e io già ne ero al corrente, perché in quella realtà alternativa la cosa era evidentemente storia,

Lino Banfi.

La proiezione onirica si fa multimediale, forse il libro galeotto aveva una videocassetta allegata, e mi ritrovo a guardare immagini d’archivio, in tutto uguali ai pochi scampoli di video d’epoca sui quali avevo potuto mettere gli occhi allora, ma con

Lino Banfi alla voce,

con lunghi capelli lisci e corvini, inaspettatamente credibilissimi, e uno stile vocale vicinissimo a quello dell’illustre predecessore.  La corporatura era quella tozza dei classici film anni ’80, impietosamente fasciata nell’uniforme d’ordinanza da rocker fattone settantiano, pantalone scampanato, gilettino di pelle su camicia fantasiosamente decorata.Non ricordo che pezzo stessero suonando, vorrei con tutto il cuore che si trattasse di “War pigs , come per il ballo del qua qua. Accetterei in seconda battuta “Electric funeral” o “Iron man”, ma purtroppo non riesco a mettere a fuoco. Percepisco che si tratta di una visione ridicola, ho sulle labbra un sorrisetto sarcastico, ma la performance è cazzutissima e mi ritrovo ad ammettere compiaciuto, a voce alta: “Ah, però, allora Banfi non ha fatto solo quei film del cazzo”. Le mie visioni oniriche non erano ancora giunte all’odierna rivalutazione del filone del pecoreccio all’italiana. Su questa considerazione, per quanto mi è dato di rimembrare, il sogno si interrompe.

Al risveglio scoppiai a ridere. Nel percorso tra la stazione e il liceo,  subito consapevole della prestazione maiusciola del mio inconscio, raccontai il sogno a un’amica. A partire da quel giorno, era pronto per essere snocciolato sotto forma di gustoso aneddoto ogni qual volta si citasse nella conversazione una delle parti in causa. Sono disposto a credere che una buona fetta dei miei interlocutori tenda a credere che di storiella inventata si tratti, e probabilmente succederà anche questa volta che sto, per così dire, dettando testamento. No, no, il sogno è stato. Ma appunto, nelle ripetizioni, nell’affabulazione si è fatto parola, ha smesso di essere un assurdo squarcio del subcosciente ed è diventato una storia. E mi rendo conto che a questo punto, che sia vera, per quanto lo ripeta, è un fatto accessorio. Vedere i Black Sabbath alle prese col ballo de qua qua mentre ancora mi trovavo nella presa del sonno mi ha restituito quel vecchio sogno che ormai era solo una sequenza di vocaboli, ho potuto visualizzare nuovamente quelle immagini nella loro corretta prospettiva spaziale. Perché, e qui mi ricollego all’inizio del post, lo spazio nelle manifestazioni oniriche è diverso, diverse le distanze, obliquo il punto di vista, anche quando il realismo sembra elevatissimo. E adesso, tre giorni dopo, con quella seconda visione ormai irrimediabilmente appannata, sono qui a cercare di aggirare quella barriera mentre vi parlo di una cazzata, o di più di una cazzata. Ho perso il conto.

Prima di sigillare questa peregrinazione nell’intangibile reame di Morfeo mi restano un paio di considerazioni da fare:

1) all’epoca del suo ingresso nei Black Sabbath solo all’interno dei miei sogni, Lino Banfi avrebbe avuto già quarantaquattro anni

(ok, d’accordo: in fila per sei col resto di due),

sei più di Ronnie James Dio e dodici più di Ozzy Osbourne, e aveva pubblicato alcuni 45 giri (per esempio, questo). Sarebbe bellissimo partire dal realismo brutale di questa considerazione per lanciarsi a testa bassa in una narrazione complessa, orgogliosamente fittizia, puntigliosamente dettagliata delle circostanze che avrebbero potuto portare alla situazione del mio miraggio notturno e poi allargare di nuovo le maglie del racconto fino a elaborarne uno scioglimento naturale. Bellissimo, sarebbe. Ma vi dico subito che se negli anni che mi restano (una cinquantina?) dovessi scrivere un solo romanzo e uno solo

NON sarebbe questo.

2) seguendo queste premesse, potremmo anche aprire un infruttuoso dibattito sull’interpretazione dei sogni. No, Freud non l’ho letto, neanche nell’edizione 100 pagine 1000 lire, ma ricordo a questo proposito che in un giorno lontano, mentre lavoravo in una piccola biblioteca comunale della bassa Romagna, venne una ragazzina sui sedici anni a chiedermi con sicurezza “L’interpretazione dei sogni”. Sicuro pure io, andai a scaffale e recuperai Sigmund Freud nella già citata edizione economica, con in copertina quello che doveva essere un De Chirico. L’utente sfogliò il libretto, poi, delusa, mi fece presente che lei voleva qualcosa tipo un dizionario, uno o più significati simbolici per elemento sognato e poche pippe, poca psiche. Tipo, cosa vuol dire se sogno un gatto, questo mi disse. Anni dopo, già in Spagna, recuperai gratuitamente nella biblioteca in cui lavoravo allora un libro come lo avrebbe voluto la mia giovane lettrice di allora, lo cito anche in un vecchio post, e constatai di persona, come già sospettavo,  che un’opera concepita in quei termini non poteva essere altro che una cagata pazzesca. Ora: anche se indubbiamente una parte dei nostro sogni è proiezione limpida e quasi letterale delle nostre aspirazioni, pulsioni e paure, è davvero pensabile impastoiarli a colpi di definizioni? E soprattutto è auspicabile? Sono già oltre le legittime curiosità da sedicenne di quella sedicenne o l’interpretazione dei sogni come da tradizione folklorica che, nelle parole delle due nonne, mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Mi chiedo più in generale se, una volta decifrato ciò che può essere utile a capire noi stessi, abbiamo una reale urgenza di sbarazzarci della forza mitopoietica del nostro mondo onirico, che a volte, in assenza di messaggi in codice, si diverte semplicemente a raccontarci storie che con ogni probabilità, da svegli, guidati dal pensiero associativo, non saremmo mai stati in grado di forgiare e che semplicemente non sono spiegabili perché sprovviste di senso nel senso spicciolo del quotidiano. Questo mi preme: al netto degli incubi, qualcuno di voi rinuncerebbe davvero a questa ineffabile e imponderabile libertà assoluta in cambio di spiegazioni?

Nel corso degli anni, e questa sarebbe l’improvvisa conclusione, il mio gusto musicale ha poi conosciuto evoluzioni bizzarre, che non è qui il caso di riassumere. Parte di tutto ciò si riflette nelle recensioni che di tanto in tanto pubblico su queste colonne. Ma i Black Sabbath sparirono presto dall’orizzonte della musica ascoltata, restando confinati insieme ai Deep Purple, ai Led Zeppelin e agli Uriah Heep, il grande quadrilatero dell’hard rock britannico, al ruolo di onorati protagonisti della mia cosmogonia musicale. Rovistando nel mio archivio di mp3, trovo solo “Paranoid”, riscaricato in tempi recenti per una breve fiammata di nostalgia, e posso constatare come negli ultimi dieci anni abbia ascoltato molto di più (in ordine alfabetico) Black Dice, Black Eyes, Black Flag o Black Pus (per tacere dei Godspeed You! Black Emperor) di quanto non abbia fatto con i poveri Black Sabbath, che pure mi insegnarono alle medie che potevamo emanciparci dagli 883, se solo lo volevamo. “Heaven and Hell”, che ai tempi del sogno non avevo ascoltato, l’ho recuperato distrattamente solo molti anni dopo su Youtube, e neanche per intero. I Black Sabbath me li sono portati nell’età adulta solo come oggetto di una valutazione critica che ne riconosce decisamente l’importanza fondativa nel panorama bla bla bla. Se ripenso ai Black Sabbath a occhi chiusi come da stereotipo, rivedo solo il piccolo mondo antico del caso, verifiche di matematica temutissime, pile di fumetti, mia sorella microscopica e buffissima, la bicicletta come mezzo di trasporto unico, le giornate di primavera, gli ormoni a tamburo battente e sì, sì, quegli splendidi dischi in vinile appartenenti al padre del mio vicino. Ozzy Osbourne e Tony Iommi sono rimasti intrappolati in quella Romagna che ho mandato a memoria come storia della mia vita, e nemmeno lo sospettano.

(se qualcuno volesse suggerirmi dei numeri da giocare al lotto basati su questo sogno, mi piacerebbe tentare la sorte. Sarebbe forse un unicum, ma denso di significati)

Annunci

Read Full Post »

(il titolo viene da qui. Se vogliamo, si può considerare un omaggio. Il testo non è in nessun modo autobiografico, se si eccettua la mia notevole propensione a perdere ombrelli)  

Oggi finalmente ha spiovuto. Quattro giorni filati, dannazione. Monitoravo la situazione dalle finestre dell’ufficio e fra le nubi non più di pece, filtravano raggi di sole. Sono uscito che già era buio, ma nell’oscurità continuava a non piovere. Arrivato a casa, ho capito che in quel momento, alla finestra, avevo cominciato a dimenticare l’ombrello. Per l’ennesima volta. Perché l’ombrello, per me, non può sopravvivere alla fine della pioggia. Diventa oggetto inane. E’ così da sempre.

L’ombrello di nonna era scuro e nobile. Ingombrante anche da chiuso. Destinatario di uno speciale riguardo le cui ragioni, in assenza di spiegazioni dell’interessata, potevo solo congetturare. Ma trattandosi forse di una prescindibile nota a margine della nostra storia familiare, o forse invece di un ricordo di preziosa intimità, nonna non aveva ritenuto necessarie delucidazioni. Ad ogni modo, fin da piccolo, sapevo che quello era il suo ombrello, speciale enfasi sul possessivo. Uscito da un’altra epoca, una di autentiche mezze stagioni, dava ai miei occhi di bimbo una prima approssimativa misura della regolare corsa delle generazioni. Come anche la sua bicicletta, che pure leggermente ossidata, aveva imparato a memoria senza tentennamenti la strada della messa, del mercato, della casa della sorella. La bicicletta, reperto glorioso, la usa ancora mamma, e davvero va riconosciuto al mezzo un certo decoro, una consolidata esperienza nell’assecondare le esigenze di mobilità di rispettabili signore. L’ombrello l’ho perso io in terza media. Investito postumo della dignità di capostipite, inaugurò una serie di entità imprecisata, e comunque approssimativamente intorno alle due decine che, se domani non dovessi ritrovare quello che ho lasciato in ufficio, si arricchirebbe di un nuovo esemplare. Le misteriose sparizioni sono all’ordine del giorno, e nel paio di uffici che ho passato, ci sono sicuramente rispettabili colleghi con una marcata vocazione alla cleptomania, gli stronzi. O donne delle pulizie, vai a sapere. Ma latitano le prove, quindi taccio. Dopo quella prima sparizione, traumatica, qualità e vita media dei miei ombrelli peggiorarono e si accorciarono senza riparo, di fronte alla logica considerazione che in fondo per me gli ombrelli tutti erano oggetti a perdere. E le dimensioni, anche: ormai sono approdato da qualche anno agli ombrelli pieghevoli dei cinesi, euro 3.50, molti dei quali affrontano la prima pioggia già mezzi rotti. Soprattutto, non volevo più farmi carico della responsabilità di avercelo, un ombrello.

Ormai avevo abbandonato da qualche anno gli ombrelli colorati e bambineschi, uno della Ferrari, degno del maggior rispetto, non ce l’avevo a mano, e a sancire ufficialmente il mio status di non più marmocchio, che rivendicavo con energia e una punta da acrimonia davanti a tutti i plurimaggiorenni scettici, mamma mi aveva affidato l’ombrello di nonna, con la promessa di non perderlo, di prendermene cura, che la nonna era contenta e l’idea era sua, ma che dovevo comportarmi da persona responsabile. Una investitura, all’atto pratico, che io liquidai frettolosamente, deciso a rimbalzare con fermezza il tono didattico di mia madre, che pensava forse di stare parlando coi miei fratelli minori. L’ombrello passò bene l’inverno, piovoso il giusto, e io imparai ad addomesticarlo, perché in effetti era voluminoso, e per un ragazzino guidare la bicicletta con quel coso e una mano sola non era facile. Ma a quell’epoca non l’avrei ammesso neanche in cambio di un pacco di fumetti nuovi e i miei, una volta assicuratisi che non mi sarei ammazzato piantandomi l’ombrello tra le razze, decisero di reggere quel gioco delle parti. Aprile era entrato a pieno regime, il sole era parecchio bello, il tepore dell’aria, l’ubriacante pressione ormonale, la promessa delle giostre nel giro di poche settimane, per il patrono, un paio di dischi dei Led Zeppelin che mi aveva copiato un compagno da vinili del padre: neanche l’esame prossimo venturo poteva scalfire quella fioritura. Ero pericolosamente vicino alla soglia massima di onnipotenza consentita a un quattordicenne. Poi, una serie di voti poco brillanti e una ricaduta piovosa. Un pomeriggio, di ritorno dal judo, spiove, e nella beatifica riapertura dei cieli azzurri a noi mortali, dimentico l’ombrello degli avi. Fu mia madre a crocifiggermi alla mia responsabilità. Io stavo leggendo un manga fighissimo e lei interruppe brutalmente la lettura con la sua domanda: mi ricordo ancora i dialoghi, quelli del manga, e il mio con mia madre, da quel momento fusi in un’entità diseguale carente di senso compiuto. Il giorno dopo, anche se non avevo judo, tornammo io e mamma in palestra e l’ombrello si era volatilizzato. Pensavo che, cazzo, come suonavano fresche le parolacce allora, ok, mi ero sbagliato, ma era solo un ombrello… Cioè, Giacomo si era indebitamente appropriato di mezzo supermercato e questa cosa lo rendeva agli occhi suoi e di vari compagni, bello come un dio. Il mio miserabile senso di colpa, coglionaggine da bravo bambino, doveva rimanere occulta, pena il mio sputtanamento sociale nella cerchia dei più rispettabili quattordicenni di ascendenze teppistiche. Giorni più tardi, tentammo l’ufficio oggetti smarriti. Era mia madre a guidare la prassi, insopportabilmente immedesimata, così la vedevo, nel ruolo di adulto della situazione. Mi giravano i coglioni, ma l’errore di partenza era mio, e non potevo ribattere. All’ufficio, di ombrelli ce n’erano due, ma non quello di nonna, erano ombrelli simili a quelli che ormai rifiutavo come infantili. Poi varie chiavi di casa, un paio di occhiali da vista leggeri che per la montatura potevano appartenere solo a un vecchietto sbadato, e qualche oggetto di dubbia utilità e natura. Non potevo fare a meno, mentre contemplavo vanamente quella piccola e insignificante parata di effetti personali, cercando di scorgere il mio ombrello oltre il muro dell’evidenza, se ognuno di quegli smarrimenti fosse accompagnato dallo stesso carico amaro che mi stava assillando, dallo stesso carattere di circoscritta questione familiare. Uscimmo dall’ufficio, ritrovandoci ovviamente nella piazza centrale del paese, popolata come sempre di capannelli di vecchi intenti a diluire la giornata nelle chiacchiere: mamma sentenziò, guardandomi negli occhi, che l’errore sussisteva, e con esso la mia responsabilità, ma che per non dare un dispiacere alla nonna, l’argomento sarebbe stato passato sotto silenzio. E anche se abitava in casa con noi, era relativamente facile dissimulare la sparizione tra le pieghe della galoppante demenza senile che, malevola, improvvisa, aveva cominciato a manifestarsi coi rigori dell’inverno, quando l’ombrello era ancora da poco mia responsabilità. In quella fase, si intuiva appena la profondità del baratro nel quale la malattia avrebbe scagliato, impietosa, la personalità della nonna, le prerogative che me l’avevano fatta amare come la buona nonna che era, le sue doti culinarie e quant’altro, lasciando in cambio uno scomposto simulacro di confusione, sporcizia e inconsapevolezza che suscitava nella mamma una pena lancinante e in me, solamente, un cocente imbarazzo che si manifestava in occasione delle visite dei coetanei. A posteriori ripenso con un imbarazzo aggiuntivo a quella reazione, che poi si spiega quasi tutta con la mia età anagrafica, con la fisiologica inadeguatezza di un non ancora quattordicenne, spettatore forzato dello spettacolare decorso di una infermità degenerativa della terza età, a una prova così impegnativa. In quello scenario di grandi e rovinosi cambiamenti, degenerazioni, appunto, lo smarrimento dell’ombrello era effettivamente un’inezia, però, per quanto me la raccontassi, la consapevolezza confusa del mio piccolo errore era come un dito, un ombrello, nella piaga del mio imbarazzo per le poco decorose condizioni di nonna. Ma questo ovviamente, l’ho capito anni dopo, a puntate, per piccole illuminazione e brevi constatazioni, quasi a strappi, quando una conversazione o un oggetto della sua vita terrena me la riportavano alla memoria, o quando il due di novembre, nella quiete puntualmente interrotta del cimitero, ci allontanavamo dal suo tumulo dopo avere depositato i nostri fiori. Sul momento, appunto, solo la sensazione, tanto ingarbugliata quanto ineludibile, che farla franca in quel modo non valesse, che alla fine una sgridata sarebbe stata un giusto prezzo per la mia sbadataggine. Anche se a dire il vero, in quattordici anni, nonna non mi aveva sgridato neanche una volta, e neppure i miei fratelli. Le è mancata forse, o forse no, la possibilità di arricchire con un pezzo unico il suo limpidissimo rapporto coi nipoti.

Da quel momento gli ombrelli smisero per sempre di importarmi, in parte per consapevole ripicca e in parte per l’oggettiva constatazione che essendo la pioggia dalle nostre parti un accidente tutto sommato episodico, ugualmente provvisori e casuali potevano essere gli strumenti per ripararsene. Anche se di qualità infima, come da mia decisione programmatica, pochissimi sono gli ombrelli della serie usciti di scena per sopraggiunta inservibilità. L’ombrello di nonna aveva segnato una strada maestra, quella dell’oblio, che tutti i suoi successori avrebbero poi seguito nella più plateale indifferenza del loro proprietario. Avevo infatti chiaro che gli oggetti ai quali volevo appiccicare una particella di responsabilità erano altri: la collezione di dischi, ad esempio, alfabeticamente ordinata, ricca di preziosi reperti ben conservati. Quando ripasso da casa, mamma ancora mi rimprovera di essere sbadato ed io, davanti a una così plateale incomprensione di una condotta deliberata, taglio corto dicendo che la macchina ormai è ora che la cambi e non l’ho ancora persa. La risposta ovviamente funziona, nella sua esagerazione, perché non le ho mai raccontato, con una lungimiranza di cui ancora mi compiaccio, di quella volta in cui ho ribaltato l’appartamento per trovare le chiavi, riemerse solo dopo sei ore di estenuanti ricerche e una giornata di lavoro raggiunta in autobus.

Se domani l’ombrello non sarà in corridoio, abbandonato in un angolo, come la cosa infima che è, me ne farò una ragione in una frazione di secondo, intento più che altro a compatire chi sente il bisogno di rubare un oggetto malmesso dal valore commerciale di partenza di tre euro e mezzo. Un occhio alle previsioni però stasera lo voglio dare, non sia mai che domani mattina, maledizione, voglia piovere di nuovo.

Read Full Post »