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Posts Tagged ‘noise’

I due gruppi della serata hanno appena pubblicato un disco collaborativo, un po’ perché evidentemente si vogliono bene e questo è già il secondo tour che fanno insieme, e un po’ perché questa prassi operativa risulta abbastanza congeniale a entrambi (i Full of Hell hanno licenziato una collaborazione addirittura con Merzbow, The Body, tentacolari, con altri quattro gruppi). E io mi chiedo, pur tormentandomi l’interrogativo solo fino a un certo punto, se suoneranno qualcosa in coabitazione, se almeno ci sara un volemose male in conclusione, perché volendo ci sarebbe materiale da suonare apposta, e poi ci troviamo pur sempre in Spagna, il paese in cui i comunicati stampa devono ossessivamente ripetere che gli artisti stanno presentando su nuevo disco, come se non potesse esistere tour senza supporto da rivendere e presentare pezzo per pezzo. E alla fin fine nulla, il concerto sarà il più normale degli split, prima gli uni e poi gli altri, e non me ne lamento, e l’unico momento di condivisione vedrà i sei membri dei due gruppi cazzeggiare a un tavolino fuori dal locale giusto prima dell’inizio, tra calzini di spugna orgogliosamente esibiti e magliette vintage di gruppi death metal. Bello comunque a vedersi, se non per l’estetica sicuramente per lo spirito.

Il Sidecar (pronuncia spagnola invariabile: Sidecár) rimane il luogo dove nel 2006 ho visto il mio primo concerto in terra catalana, e da allora non è cambiato minimamente: una lunga e stretta galleria sotterranea con l’arcuato soffitto non molto sopra le teste dei più alti e una refrattarietà esemplare ai segnali telefonici. Il palco è montato in fondo, nel culo tappato del tunnel, e per gruppi come questi, rovinosamente caotici, non è l’ideale, per andare di eufemismi. Senza minimamente cercarlo, mi ritrovo in primissima fila a due minuti dall’inizio.

Coi Full of Hell, a dirla tutta, non ero mai andato oltre un paio di ascolti di prova su Youtube, ma ero ben disposto a rivedere il mio scetticismo. Il concerto procede sistematicamente per fasi successive di tensione e rilascio, con compressissimi assalti grind assai metallosi che cedono il passo a rovinose pause noise del triplo della durata. Il cantante Dylan Walker abbandona spesso il microfono e si piazza dietro una microconsolle montata a centro palco dalla quale estrapola strati di feedback mentre gli altri assecondano la deriva maltrattando gli strumenti in modi apparentemente casuali. A mo’ di variazioni sul programma qualche mid-tempo e pure, se le orecchie non mi ingannano, un paio di breakdown. Walker convince (e spaventa) per duttilità vocale e riserva di fiato, anche se il suo stile a volte mi pare troppo vicino a certi vocalist deathcore (UO-UO-UO) per i quali decisamente non stravedo; il batterista David Bland dal canto suo picchia come da programma tantissimo, ma con un tocco leggermente free e sbilanciato che lo rende meno prevedibile e che si apprezza pienamente in un paio di frangenti direi improvvisati durante gli svarioni rumoristici: bravo davvero. Nell’impasto di suoni risulta penalizzato il lavoro di basso e chitarra, anche se affiora di tanto in tanto qualche riff notevole. E tutto è violento e malsano, e tangibile l’intenzione di fare da ponte tra versanti diversi dell’estremismo sonoro, ma qualcosa nell’insieme continua a suonarmi fatalmente asettico e formale, e me ne renderò conto ancora meglio al momento del cambio palco.

Che è il momento di The Body. Lee Buford indossa un’adorabile maglietta stravecchia di Chaos A.D. dei Sepultura con tanto di buco sotto l’ascella sinistra, come noteremo tutti mentre percuote le pelli: Chip King, in maglietta smanicata con l’illeggibile logo death-black di prammatica, si sistema di sghimbescio a un’estremità del palco, con una valigetta piena di distorsori montata su un trespolo a altezza torace che trasmetterà per tutto il concerto la sensazione ingannevole che stia fissando un monitor: è un ciccione ragguardevole.Non ci sono voci femminili campionate, non ci sono gli inattesi beat che infettano piacevolmente l’ultimo, a sua volta, recentissimo “No one deserves happiness”: francamente non riconosco un pezzo che sia uno, sembra che non stiano affatto presentando su nuevo album, ma non me ne frega un cazzo in assoluto, perché il loro suono è lì, tangibile, e noi, atterriti, indifesi, possiamo solo testimoniare. Ho paura di sconfinare nel trionfalismo gratuito, ho sospetti fondati sull’inefficacia delle parole, delle etichette di genere che te lo dico a fare, ma un tentativo di verbalizzazione devo provare a farlo: è stato svuotante. Poi potremmo parlare di doom-sludge, di esasperante lentezza o di feedback soverchiante, ma potremmo farlo anche per decine di altri gruppi e staremmo soltanto appiattendo i termini della questione. Le risorse stilistiche in uso possono essere fino a un certo punto (solo fino a un certo punto, perché loro di arrangiamenti e intuizioni non ortodosse ne sciorinano in abbondanza da sempre) comuni a un fottiliardo di altri gruppi, e così è, ma alla resa dei conti quel senso di annichilente sfacelo, di terrore paralizzante l’ho sentito evocare in modo così credibile solo da questi due. Infatti riuscivo unicamente a restare in piedi immobile mentre dietro di me si sviluppava un poco coeso, ondeggiante, improbabile accenno di pogo. E osservavo Buford, coi suoi pattern ritmici semplicissimi, inesorabili, cercando di decifrare quell’elemento ineffabile che li rende così obliqui; osservavo Chip King tormentare la chitarra e soprattutto urlare in quel modo insostenibilmente acuto e mi chiedevo quando e perché gli fosse venuta per la prima volta l’idea di aprire la bocca per emettere QUEI suoni (l’unico esempio che riesco a avvicinargli è quello di Jeff Smith dei Jeromes Dream, prima o poi dovrò decidermi a parlarne). E mentre tutto questo succedeva continuavo a pensare, cercando un modo di contestualizzare l’iperbole, di attutirne il valore sloganistico, che The Body sono forse l’esperienza più totalizzante accaduta nei vasti confini della musica estrema da vari anni a questa parte, almeno fino a dove sono arrivate le mie orecchie.

Con la necessaria ritrosia ho detto quello che dovevo. Fine. Grazie per l’attenzione.

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Imolesi di provenienza, gli Zeus sono Paolo Mongardi, batteria, e Luca Cavina, basso e voce, ambo le cose orribilmente distorte. Suonano per conto proprio in un numero imprecisato di progetti, tutti o quasi rasenti la figata (ricordo Fuzz Orchestra e Ronin per il primo, Calibro 35 e Craxi per il secondo) e hanno anche un passato in comune come sezione ritmica dei misconosciuti Transgender, figliocci illegittimi dei Magma -testi in lingua appositamente inventata- con vocazione al crossover totale, tre album all’attivo tra cui uno ottimo su Snowdonia nel 2003, “Sen soj trumas“, dove appariva pure Giovanni Lindo Ferretti in un cameo francamente ovviabile. Come Zeus! sono al secondo album, dopo un esordio autointitolato nel 2010, prodotto in cordata da varie etichettine simpatiche, tra le quali mi piace menzionare la purtroppo defunta Bar la Muerte. A questo giro, tra le altre, si è scomodata anche la Three One G di Justin Pearson (Locust, Swing Kids e un largo eccetera), la cui voce scalmanata svetta nel secondo brano in scaletta, “Sick and destroy” che pare scritto a bella posta per l’ospite e suona a mezza via, guarda un po’, tra Locust e Retox. Il sound resta più o meno quello che gli conosciamo, un math-noise tanto efferato quanto sottilmente prog nelle strutture (sì, c’è qualcosa dei Lightning Bolt in loro), ma si ravvisano scarti di rotta, cambi di passo. Meno Ruins (“Eroica” rimane l’unico brano chiaramente nella scia di Tatsuya Yoshida e compagnia) e più infiltrazioni heavy, nel contesto di brani nettamente più concisi e spediti rispetto all’esordio. I primi tre pezzi vanno via forsennati in cinque minuti scarsi seguiti da una doppietta di respiro appena più ampio e piglio metalloso, con “Beelzebulb” che flirta apertamente con la scena black e si concede uno stacco che pare prelevato di peso da un disco degli Emperor. E anche se nella seconda parte le durate si allungano relativamente e l’assalto frontale si fa un po’ meno asfissiante, l’impressione prevalente è che i nostri abbiano perso qualcosina della loro convulsa astrazione guadagnando però in termini di immediatezza e ferocia. Infatti, al termine del primo ascolto si ricorda soprattutto la gran botta, ma per apprezzare a dovere la complessità dei brani, che resta comunque tentacolare, occorre una frequentazione più attenta e prolungata. Evidente da subito, invece, uno dei marchi di fabbrica del duo, uno humour nero, bislacco e talvolta orgogliosamente cafone che traspare sia dai titoli, perle di manipolazione citazionista come “La Morte Young” o “Lucy in the sky with King Diamond”, sia dal gusto per gli avvicendamenti improvvisi e gli stacchi improbabili e spiazzanti, valgano come esempi il baldanzoso assolo di theremin del brano appena citato, che arriva dopo un minuto di saliscendi assassini, l’attacco quasi blueseggiante di “Grey Cerebration” che fa da preludio all’ennesima fuga in velocità, o la già menzionata “Beelzebulb” con la sua tamarrissima magniloquenza, che a ben vedere potrebbe essere una mezza presa per il culo alla truce seriosità dei blackster norvegesi. Ridendo e scherzando, questi sono gli abbacinanti risultati. “Opera” non dovrebbe fallire nell’obiettivo di moltiplicare attenzioni e consensi intorno al nome del duo, che francamente sta meritando tutto il meritabile. A forza di rimbalzi e capitomboli incontrollabili potrebbero incocciare nella vera gloria. Non lo garantisco ma sicuramente lo auspico. Per Giove.

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Aleggia su questo lavoro dei Fuck Buttons, duo di Bristol all’esordio sulla lunga distanza, lo spirito guida di formazioni antiche e gloriose quali Suicide e Silver Apples, guardacaso altrettanti duo. E se le somiglianze non si possono certo rintracciare nell’approccio vocale, qui perlopiù all’insegna di grida lancinanti oscenamente filtrate e distorte, e nemmeno nella struttura dei pezzi, tutti comunicanti tra loro e lontanissimi dalla forma-canzone, qualcosa emerge dalla strumentazione utilizzata e molto dalle virtù ipnotiche della musica: una questione soprattutto attitudinale, per intenderci. Riducendo all’essenziale, i nostri coniugano in una unione di fatto che sta ottenendo il riconoscimento di molti, noise elettronico all’arma bianca ed angelicali tastiere: l’illustrazione più immediata di questo abbinamento potenzialmente contronatura arriva dai nove minuti di Race you to my bedroom/Spirit chaser, quarta traccia in programma, dove una incessante fiumana di spazzature power electronics sulle squassanti frequenze di Merzbow, Masonna, Slogun e compagnia stridente viene ripetutamente doppiata dalle note estatiche di un organo chiesastico. Ma c’è molto di più, come dimostra la successiva Bright tomorrow, contraddistinta dall’inaspettato dialogo dei sintetizzatori, ancora assorti in scenari di letizia,  con una cassa dritta che scandisce quasi l’intero brano avvicendandosi nel finale con un drone siderurgico chiamato a chiudere le danze con un lungo schianto. Proseguendo in ordine sparso, abbiamo poi episodi in cui la ritmica assume i connotati di un algido percussivismo tribale che rimanda ai Black Dice di due o tre dischi fa: in Ribs Out si staglia, protagonista quasi assoluta, su un rimbombante fondale vuotoin Okay, let’s talk about magic accompagna l’ingresso delle tastiere dopo un perforante attacco di schietta marca industrial, mentre nella conclusiva Colours Move funge invece da contraltare all’incedere trasognato del pezzo. Resta a questo punto fuori dal computo soltanto l’iniziale Sweet love for planet Earth,  percorsa da abbacinanti sovrapposizioni e stratificazioni di droni e pattern tastieristici, che unisce in una sintesi affascinante gli input di Sunn O))) e My Bloody Valentine, band fra loro diversissime ma eminentemente guitar-driven,  il tutto nella più perfetta assenza di chitarre. Questo a mio avviso il picco più alto del disco: ne parlo in chiusura a fronte della preoccupante sindrome da repeat compulsivo che per diversi giorni mi ha impedito di ascoltare l’album nella sua interezza e riconoscere quindi ad ogni composizione i suoi indubitabili meriti. In altre parole, i Fuck Buttons hanno cominciato talmente bene da impedirmi di arrivare a metà dell’opera… Ma posso davvero considerarlo un difetto?

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