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Posts Tagged ‘Ramones’

Martedì, dopo il lavoro, sono venuto a trovarti e mi hai parlato dei tuoi amanti. Seduti in camera tua, la schiena appoggiata al letto, una dozzina di poster alle pareti, quasi tutti in bianco e nero, dei tuoi film preferiti che in parte sono anche i miei e in parte assolutamente no, passavi nel racconto da un uomo all’altro con tale imponderabile rapidità che finivano per confondersi tutti, e non riuscivo neanche a trovare le energie per chiedermi dove tu trovassi le energie per mantenerli tutti in riga in quel valzerino. E un disco dei Ramones in repeat ogni mezz’ora, one, two, three, four, identico a quando lo ascoltavamo a quindici anni, e che sarebbe suonato identico anche mettendo su uno degli altri quattro-cinque che stavano sullo scaffale: e ripetersi e ripeterti, postilla incoerente tra i tuoi racconti erotici, che alla fine non ne sono mai andato matto. Mercoledì ho consultato le pagine gialle, quelle cartacee, non lo facevo da secoli, in cerca di uno specialista in podologia per mamma, che soffre di spina calcaneare, o tallonite. Ne ho chiamati tre e mi sono trovato a spiegare, rendendomene conto per la prima volta, che in famiglia abbiamo una specie di tradizione in materia, dall’alluce valgo della nonna ai piedi piatti di papà, che gli hanno di fatto permesso di evitare il servizio militare sopportando in cambio il modesto contrappeso di quel disonore generico che all’epoca marchiava ancora, via via più tenuemente, gli inabili alla leva. Quando la segretaria dell’ultimo dei tre mi ha spiegato che i risultati non erano scontati, che anche dopo la terapia era comunque necessario tenere i piedi per terra, le ho risposto che i guerci bisognerebbe trattarli con un occhio di riguardo, e senza aspettare una sua qualsiasi reazione le ho detto che forse l’avrei richiamata, ho ringraziato e riattaccato. Giovedì ho visto il frigo vuoto e mi sono seduto a comporre una lista della spesa, nella quale volevo sottointendere due o tre ricette, perché la vicinanza in un elenco a volte suggerisce relazioni tra i suoi elementi per forza di mera vicinanza: funghi, piselli, panna, boscaiola. Almeno a casa nostra, per mano di mamma.  Quando non mi veniva in mente niente scrutavo la parente bianca o la televisione spenta. Poi a fare la spesa ci sono andato, e al super ho incontrato Claudio e la signora Canali, e perdendomi in chiacchiere ho poi dimenticato le uova, le olive verdi, il detersivo per i piatti. Che a dire il vero non erano neanche in lista, ma forse, se fossi stato concentrato, presente al dovere della scelta, mi sarebbero tornati in mente vedendoli tra gli scaffali. E invece mi sono perso a guardare nel banco gastronomia le lasagne al forno, le salse strane, i contorni fantasia, pensando che comunque non avevo voglia di cucinare. Lunedì e venerdì non è successo letteralmente un tubo, non ho nemmeno visto Alessandra perché i giorni dispari ha yoga, e appena tornato a casa mi sono tolto le scarpe, ho acceso la radio, mi sono steso sul letto e sono rimasto a guardare il soffitto nella vana speranza che migliorasse la musica, finché il soffitto non ha cominciato a cambiare impercettibilmente colore sfumando in nero, segno che mi si erano chiusi gli occhi, in uno di quei pisolini di venti minuti confusi, pieni di realtà che filtrava dai rumori della casa, e che poi ti complicano il sonno dei giusti. E praticamente quelle immagini squagliate che potremmo chiamare sogni si assomigliavano come due pozzanghere piene di gocce d’acqua sputate le une alla altre, sia lunedì che venerdì, un po’ perché le radio hanno smarrito la virtù di variare la programmazione e un po’ perché in un call center i giorni di lavoro sono un po’ tutti fotocopiati, la stanchezza cambia solo in virtù dell’accumulazione e il venerdì è in effetti lievemente peggiore, ma ad ogni buon conto anche le pennichelle che ti induce possono assomigliarsi moltissimo. E il sabato era partito con una giudiziosa lista di cose da fare, che però ha smarrito immediatamente tutta la sua oculatezza mescolando svago e faccende, perché come ti avevo scritto quella volta in una mail pensando che la frase valesse la pena, il sabato e la domenica sono il solaio incasinato di tutto ciò che non trova spazio nella settimana lavorativa. Ma la tua assenza di commenti mi aveva persuaso che era una mezza cagata. Poi man mano che fai le cose cancelli le voci dell’elenco -mi piace accanirmi contro la carta, rendere compatto il nero o il blu che coprono la cosa fatta- finisci per constatare che tre ore dopo hai grossomodo dimenticato l’obiettivo raggiunto e la cancellatura può arrivare a fine giornata con la dignità di piccolo mistero. A te succede mai? Poi capita che fatte quelle due cazzate –ma quali?- nel solaio comincia a esserci un po’ di posto, e si fa complesso capire se la pigrizia è un sintomo, un alibi o un diritto per il quale generazioni passate hanno sovvertito l’inerzia crudele della storia. E sbadiglio, mortalmente avvinghiato al sito della Gazzetta, alle quasi sempre erronee illazioni sulle probabili formazioni. Se Alessandra è al telefono con sua madre, sento specularmente il diritto di perdere il tempo, sopraffatto dal dato di fatto che solo ora, non prima, ora, c’è tempo da perdere. E non finisce così tutte le settimane, ma è incredibile come a volte io e lei, ma alla fine tutti, riusciamo ad accanirci a usare il tempo per nessun scopo, e non sapremmo poi dire che ne è stato, senza nemmeno la giustificazione della cancellatura su un foglio. Ci rincoglioniamo con le serie, ma avrei bisogno di un pretesto per rievocare i dettagli della trama: saprei dirti però che oggi a colazione, colazione tardiva, abbiamo visionato la Santa Messa su Rete 4, perché Alessandra voleva controllare “se era ancora uguale a quando ci andava da bambina”, e spalmare la marmellata si era trasfigurato per emulazione in un atto liturgico. Ma poco altro, credo si possa dire che eravamo stanchi perché sì, perché alla fine ci autoconsegnamo alla vecchiaia ammettendo mesti che non abbiamo più vent’anni, ma so che adesso esigerò alla settimana di passare lesta, e a sua volta senza storia, per essere all’altezza di me stesso e di lei, altezza arbitrariamente fissata non saprei quando, al prossimo cazzo di weekend.  Non siamo nemmeno riusciti a toglierci le mutande in tutto il fine settimana e adesso che tutto sta per trasformarsi irreparabilmente in lunedì non possiamo evitare una punta d’acredine nella parole, anche se poi continuo ad annusare nell’aria il privilegio di stare bene in sua compagnia senza che le circostanze esterne siano anche solo minimamente interessanti: ascolto contemporaneamente i risultati delle partite e il suo silenzio tutto sommato collaborativo e deduco che c’è tutta una casistica di cose che potrebbero andare peggio ma per ora sembrano astenersi dal farlo. E quindi evito di scriverti una lista di buoni propositi prima di spegnere il computer: cominciamo col mandare tutto a memoria. Per sgranchirci, per sgranchirci. Buonanotte.

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