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Posts Tagged ‘Razzmatazz’

Stavo lì tra il pubblico del Razzmatazz per questa penultima data del tour europeo “Yes we can’t”, in questa città già di per sé piena, ripiena, ricolma di italiani, e a un rapido colpo d’occhio eravamo tutti, sì, esattamente, italiani, tranne una manciata di consorti di gente che conoscevo, che non so quanto avranno colto dell’andazzo. Non che mi aspettassi altro, anzi, a un certo punto, all´ennesimo amico o conoscente rivisto dopo tempo immemore, ce n’era pure uno che credevo in un altro continente, ero talmente organico alla faccenda che ho quasi sperato che l’inizio si facesse attendere ancora un quarto d’ora. Non avrei salutato tante persone nemmeno per le stradine natie in occasione  della festa del patrono, e mi sono reso conto che in fin dei conti le circostanze erano profondamente simili, salvo la mancanza incontestabile di aria aperta e la presenza di un’unica bancarella, cioè, ovviamente, il banchetto del mercandising: l’orchestrina, per l’occasione travestita da complessino, stava per salire sul palco anche se, come detto, avevo improvvisamente voglia di prendermela comodissima. Intendiamoci, per capiente e gremita che fosse la sala, circa 900 unità a quanto mi dicono, i connazionali stabilmente residenti qua sono evidentemente molte migliaia in più, ma avevo la sensazione, che probabilmente non sarebbe stata in grado di superare un’analisi scrupolosa, di trovarmi nel bel mezzo di un campione rappresentativo. L’estrema arbitrarietà delle sensazioni (campione de che? qui si rischia di fare la fine della tremenda rubrica del Fatto Quotidiano) mi vieta di addentrarmi nella descrizione, ma forse valeva comunque la pena dilungarsi un po’ sul contesto, perché i concerti degli EelST  fuori dalla madre patria sono una circostanza poco frequente, mentre è abbastanza risaputo come suonano: l’unica variabile rilevante poteva venire dalla scelta del repertorio.

E qui, saltando a pie pari la frustrante dialettica tra aspettative individuali e scaletta unica per 900 paganti (cosa ci vuoi fare), passo a un tentativo di riassunto in ordine sparso, temendo comunque che la memoria mi faccia cilecca : saltato praticamente a piè pari l’ultimo “Figgatta de blanc”, che dopo due ascolti ho saltato a mia volta, la spigolatura di brani presentata ha  privilegiato “Eat the Phikys”, con ben cinque estratti, e sacrificato senza rimpianti i motivetti sanremesi, regalando comunque classiconi a piene mani (“John Holmes”, “Servi della gleba”, “Supergiovane”,”Mio cuggino”, “Disco Music”, “Parco Sempione”, “Tapparella”, naturalmente in chiusura). Inusuale l’accoppiata d’apertura con “Lo stato A, lo stato B” e “Ocio ocio”, che avrebbe fatto presagire più variazioni sul tema, mentre alla fine le unche altre sorprese relative saranno”Psichedelia” e “T.V.U.M.D.B”, che lascia spazio in abbondanza alla voce dell’ospite fissa Paola Folli. Poi ci sono brani come “Milza”, “Pagàno” e “Ritmo sbilenco”, unico estratto del succitato ultimo disco bruttino,  che permettono ai nostri di dare libero sfogo al loro riccardonismo militante, suonando a dieci o più dita mentre si sparano le pose più funzionali a una migliore esecuzione. Intendiamoci, “Milza” per me è un capolavoro assoluto, ma risale a un periodo in cui il culto della perizia tecnica, malattia leggermente senile dei nostri, non era ancora arrivato al punto di accompagnare i tempi dispari con umorismo sui tempi dispari come nel caso più recente. L’umorismo metamusicale, favorito dal funambolismo manifesto è sempre stato nelle loro corde, ma come vado dicendo da un po’, a un certo punto della storia si è fatto ipertrofico, e io “ne soffro un po’”. È anche per questo che l’assolo di batteria di Meyer a pratiche ormai avanzate piace molto alla platea ma mi lascia un po’ freddino e a braccia conserte. Scusate se mi ripeto, ma la famosa “indole zappiana” che è da tempo luogo comune del discorso critico sulla musica dei nostri, ormai se l’è parzialmente divotata la vena prog-fusion galoppante che stasera, per mia fortuna, alla fine si è vista relativamente poco.

Ma in realtà poco sopra mentivo sapendo di mentire, perché un’altra variabile rilevante c’era eccome: sicuramente non l’architetto Mangoni, imperturbabilmente uguale a se stesso (e ci mancherebbe), che si è anche prodigato in uno stage diving,  ma Vittorio Cosma sul lato sinistro del palco al posto di Rocco Tanica, novità che in Italia stanno assimilando da un annetto scarso. Lo spaesamento è relativo, perché Cosma è uno di famiglia, appare in un modo o nell’altro sui dischi degli EelST da quando esistono i dischi degli EelST e aveva già sostituito il pianolista titolare in alcuni tour passati, ma fa comunque impressione pensare al complessino che suona in giro senza uno dei suoi pilastri, ormai concentrato sui soli album in studio. La paura però passa presto, perché Cosma, qui ribattezzato Carmelo, fa le veci del grande assente in assoluta scioltezza, sia per la musica che per la messa in scena, giocandosi anche tutto il repertorio di gag a base di effetti vocali ai quali ci aveva abituato Tanica. Il personaggio di Carmelo, al quale “piace il cazzo” mi sembra vagamente triviale, ma Cosma passa a pieni voti senza fare la figura del clone o dell’usurpatore.

In totale, a occhio e croce, due ore di musica. Mi ritrovo svociato ed esultante, perché alla fine, sfogato lo spirito critico e attraversati gli inevitabili momenti di disamore, resto un fan del cazzo che si fa prestare 20 euro per la maglietta (quella vintage) perché ha scordato di fare bancomat. I soldi li ho già restituiti a chi di dovere, eh? Forza Panino, per sempre.

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Cominciamo con un passo falso, o un problema in meno: i gruppi spalla non li ho proprio visti e, come diceva quello, di ciò che non si conosce si deve tacere, più o meno. Aggiungo solo, a mo’ di giustificazione innecessaria, che i biglietti in prevendita si comprano solo e soltanto allo scopo di dimenticarli comodamente a casa e vivacizzare il preconcerto con problemi di logistica che arrivano a mettere a repentaglio la partecipazione al concerto stesso. Ad ogni buon conto, i nomi degli apripista non erano riportati né sul biglietto d’ingresso né sul sito del Razzmatazz, forse in nome (o forse no) di una finissima strategia di marketing che punta a promuovere i gruppi locali attraverso il meccanismo dei pacchi sorpresa. I secondi comunque erano i Moksha, che avevo visto vari anni fa senza rimanerne fulminato, mentre dei primi nulla mi è dato di sapere.

Ciò detto, parlare della reunion dei Refused senza mettere tra parentesi l’evidente contraddittorietà dell’operazione rischia di trasformarsi in un esercizio inquisitorio, un processo alle intenzioni che potrebbe relegare l’ora e rotti di ottimo concerto di cui siamo stati testimoni a mera nota a margine di una lunga tirata tra l’astioso e il contrariato. Si tratterebbe oltretutto di un anatema abbastanza peloso, visto che ho pogato ininterrottamente dal secondo pezzo al penultimo, ma sento comunque l’esigenza di rompere un po’ i coglioni. Perché, anche ai tempi nostri, in cui la reunion è ormai fenomeno endemico, forse ennesima stimmate della nostra postmodernità o forse solo un segno dell’invecchiamento della cultura pop, gli svedesi erano gli unici che non avrebbero dovuto giocarsi questa carta mai e poi mai. Forse qualunque gruppo o gruppetto che abbia potuto aspirare a una classicità d’ultranicchia e che possa vantare l’uso dell’aggettivo seminale in almeno una dozzina di recensioni, ma loro no, non loro. Perché i Refused hanno sputato sulla loro stessa tomba mentre ancora se la stavano scavando, concependo la loro morte come gesto di scherno al music business, intitolando una canzone, nonché l’ultima uscita postuma Refused are fuckin’ dead e pubblicando un manifesto dove, con spreco di marxismi roboanti e un tono acido da gastrite ideologica permanente, intimavano di bruciare tutte le loro foto per evitare la creazione di mitopoiesi fasulle. Sticazzi. Ma avevano da poco pubblicato uno dei dischi più belli della storia della musica registrata (ATTENZIONE: iperbole consapevole), pieno di una veemenza politica autentica oltre che di millemila idee musicali strepitose, e si poteva forse chiudere un occhio.

Non c’è bisogno di ricordare che il comunicato della reunion è infinitamente più dimesso, che i nostri minimizzano, quasi quasi la buttano in caciara, seguendo perfettamente la trita e ritrita logica del cattivo giornalismo secondo la quale le accuse vanno sparate in prima pagina a sei colonne mentre le smentite stipate in un anonimo trafiletto abbandonato quasi casualmente a pagina ventuno. Ma l’ammissione di colpa, quel ci siamo cascati pieno di understatement è molto più umano e ameno del furore ideologicamente corretto che aveva segnato la loro polemica uscita di scena.

Alla fine della fiera, quello che è successo è che dai due versanti della società dello spettacolo le parti in causa, cioè il pubblico e la band, la domanda e l’offerta, si sono avvicinate fino a trovare un punto d’accordo fissato in ventidue euro di prezzo del biglietto più costi di prevendita, per un concerto di 65 minuti in un discotecone da cinque sale, a poco più di quattro mesi dall’apparizione nel cartellone del Primavera Sound. In tutto ciò non c’è nulla di illegale, io al Primavera non vado per scelta e facevo i salti di gioia all’idea di vedere finalmente uno dei miei gruppi (hem…) mito, anche se in un posto di merda e dopo aver comprato il biglietto in un’agenzia di viaggi (scherzi della grande distribuzione). Però, per esempio, i Fugazi, che provengono dalla capitale del più grande stato capitalista del mondo (no, non sono cinesi), hanno suonato a prezzo politico per tutta la loro lunga e onorata carriera senza dilungarsi più di tanto in tronfi proclami. La contraddizione esiste, in loro e in me che ne critico la decisione poi apro felice il portafoglio:  forse c’è solo bisogno di approcciarla con un minimo di morbidezza e flessibilità in più per non naufragarci contro come novello Titanic. In questo senso, i discorsi con cui un visibilmente entusiasta Dennis Lyxzén intervallava le canzoni, anche se non esenti dal vizietto ideologico del manifesto finale, lasciavano trapelare una sincerità e un coinvolgimento nei valori fondanti dell’hardcore e del punk tali da superare anche lo scetticismo più spietato e i limiti strutturali della pessima location.

Ma forse dovrei parlare almeno un po’ di musica, visto che mi è pure piaciuta. Il concerto era praticamente una scusa per ascoltare dal vivo i pezzi di “The shape of punk to come”, apice imprevisto e smisurato di una carriera breve e non troppo prolifica, al punto che quasi si sarebbe potuto organizzare uno di quei tour “monografici” dove si suona la scaletta di un disco dal primo all’ultimo pezzo, come fecero i Sonic Youth per “Daydream nation”. Il primo album è stato totalmente messo tra parentesi, e in effetti di disco trascurabilissimo si tratta, mentre i quattro-cinque estratti dal secondo “Songs to fan the flames of discontent” sono stati la vera sorpresa della serata, una gran botta di hardcore teso, scarno e potentissimo, perfetto per la resa live anche in un localone con acustica di merda come il Razzmatazz: sugli scudi, prevedibilmente, una viscerale “Rather be dead”. E poi ovviamente ci sono i pezzi di “Shape”, presentati in ordine sparso e suonati con buona convinzione davanti a un pubblico in visibilio che poga violentemente e canta i testi a squarciagola. Si perde qualche dettaglio degli arrangiamenti, ma le esecuzioni sono ottime e molto vitali, e restituiscono fedelmente l’urgenza e l’approccio sperimentale che aveva fatto esondare il disco fuori dai confini della sua scena di riferimento fino a trasformarlo in termine di paragone per la musica indipendente tutta. Ottima anche la prova vocale di Lyxzén che urla alla grande e canta bene alla bisogna, facendosi anche interamente carico dell’aspetto scenico e, mentre i suoi quattro sodali rimangono concentrati sui rispettivi strumenti, sfoggia tutto quel repertorio, poco hardcore ma molto coinvolgente, di spaccate, capriole, giochini con l’asta del microfono e colpi di karate riconvertiti in passi di danza che gli avevo visto una decina d’anni fa, ai tempi degli International Noise Conspiracy. Quando, già in dirittura d’arrivo, parte “New noise” tra gli spalti non si capisce più un cazzo e un folle nelle prime file poga con un braccio teso verso l’alto per immortalare la band col suo smartphone. Il gran finale è affidato a “Tannhäuser/Derivè”, in una versione lenta e dilatata, sottilmente psichedelica, che non solo per la posizione conclusiva richiama la doorsiana “The end”, con Lixzén nei panni discinti di un efebico e tatuatissimo Morrison. Poi tutti a casa. E anche se nel discorso finale non vengono scartate sporadiche rimpatriate future, forse adesso i Refused potrebbero anche riposare in pace. Anzi, fuckin’ riposare in pace.

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