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Posts Tagged ‘specchi’

(Questo breve scritto è nato inizialmente come testo su un’improvvisazione musicale dell’Amico Marcificatore e Riccardino. Suppongo che un giorno caricheranno l’incisione su Youtube. Ho poi rimaneggiato il tutto fino a conferirgli la forma presente. E’ superfluo dire che non ho nessuna pretesa di correttezza botanica. In fase di stesura, attraverso l’onnipresente Wikipedia ho scoperto l’esistenza di questo albero, prova che almeno la metafora che sorregge il testo esiste in natura già da vari secoli)

L’aria si ferma più fredda, poi si rianima, scossa dal brivido del vento: il resto dorme o crepa. E’ allora che l’albero del fuoco conosce il suo fugace, frenetico, splendore, prima di intonarsi al generale dissipamento delle cose. Antitetico alla paziente sopportazione delle sempreverdi, attraversa primavera e estate secco e disadorno, in una condizione a stento distinguibile dalla morte: non un nido tra i suoi rami, non un uomo nei suoi paraggi, all’ombra assente delle sue fronde inesistenti. Assorbe i raggi benevoli del sole e ne cova il calore sotto la scorza fino all’autunno. Mentre boschi interi possono ardere nel breve volgere di ore per le fiamme propiziate dalla canicola, ne rifiuta il contagio, come consapevole della capitale differenza tra accidente e destino. Scintille come germogli annunciano l’incombere della maturazione, e con quella, la rovina. Violente, sbocciano, e i rami bruciano perché le fiamme sono il loro frutto. Di un rosso intenso nei brevi, agonizzanti, momenti della fioritura, l’albero del fuoco non sopravvive al culmine del suo ciclo, e un tronco carbonizzato è ciò che ne resta, svettante a indicare il cielo in attesa delle piogge che ne infradiceranno le povere carni consumate. L’albero del fuoco, maturo, è un rogo che accende con le sue fiamme rigogliose il grigio cavo dell’aria autunnale. E cenere è il suo raccolto, inerte.

Le forme stesse della sua parabola vitale, irrintracciabile negli stadi di crescita, anodina nell’anticamera della fioritura, effimera nel suo compimento, non permettono il crearsi di una memoria durevole presso uomini e animali. Neppure è dato sapere quali semi ne garantiscano la continuità. E’ lecito quindi dubitare della sua stessa esistenza. Pochi giorni orsono, misurando con passi assorti una sala di grandi specchi mentre dibattevo con qualcuno la questione, mi è stata insinuata l’idea che in realtà si tratti di uno dei più comuni e atavici incubi ricorrenti del legno, suggerito a un poeta, un alienato o un aspirante suicida, da una scintilla nell’aria di una stanza riscaldata dal sacrificio dei rami. Mi ha quindi consigliato di redigere immediatamente questa breve memoria prima che l’oblio tornasse a fare il suo corso.

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