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Posts Tagged ‘vernice spray’

Già da qualche tempo, almeno due volte al giorno, quando si incamminava verso la fermata dell’autobus e al momento di rincasare dal lavoro, anche solo fuggevolmente, sollevava lo sguardo dalla porta di casa sua e lanciava un’occhiata alla parete principale, accarezzando il progetto di scriverci sopra, a caratteri cubitali, il suo nome e cognome. Nome e cognome che, con dimensioni più discrete, accontentandosi dei limiti di un riquadro angusto, appariva, col sole e con la pioggia, indipendentemente da quanti lo suonassero, sul campanello. Ma, in questo modo, per vederlo era necessario cercarlo, avvicinarsi significativamente all’ingresso, e nessuno lo faceva a meno di non voler entrare; e poi c’era anche il nome di sua moglie, ma non era su quello che aveva dubbi, non era quello che temeva di non poter più leggere. Sapeva che in quella via del paese passavano soprattutto i residenti, che quasi tutti lo conoscevano, e che avrebbero reagito con sgomento, perché sulla parete, oltre al nome, non ci sarebbe stato altro. Era disposto ad accettare che molti pensassero che stava diventando matto, e che alcuni altri potessero addirittura leggervi una minaccia di rappresaglia, sappiamo dove abiti; questa possibilità, però, lo faceva sorridere, perché sapeva bene di non essere stato in vita sua abbastanza visibile da suscitare l’odio di chicchessia. Pensava anche allo stupore, diverso nel movente, di quei due o tre vicini che invece non conosceva e che non avrebbe nemmeno saputo identificare, arrivati nel quartiere a seguito di traslochi o finanche migrazioni; e si sentiva soddisfatto, perché avrebbero rapidamente concluso che quella scritta altro non era che una gigantesca firma che voleva mantenersi leggibile, e avrebbero capito il perché del suo gesto molto meglio di tutti gli altri. Lui, dal canto suo, avrebbe continuato a ignorare le loro generalità, anche se l’idea che qualcuno di loro venisse a presentarsi dopo aver letto il suo nome sulla parete gli ispirava un vago senso di soddisfazione.

E soprattutto mentre girava la chiave nella porta, preparandosi a rientrare, si chiedeva come avrebbe giustificato quella presa di posizione davanti a sua moglie, davanti a sua madre che, nonostante gli anni, era ancora sufficientemente lucida per sperimentare i sussulti dello sconcerto. E questo era il problema: sapeva che se non avesse portato a termine quello che voleva fare, a ogni rientro si sarebbe sentito come se in casa non ci fosse nessuno. Poteva anche trovarsi davanti sua figlia, che passava due o tre volte alla settimana a trovarli, e non sapere bene cosa dirle perché troppo lontano da se stesso, e quindi anche da lei. Ma come sempre, arrovellandosi sulle conseguenze, finiva per trascurare gli aspetti pratici. E di fatto, rinviava di settimana in settimana il proposito di passare per la ferramenta del paese e cercare con discrezione bombolette di vernice spray. A volte immaginava la sua firma in rosso, più spesso in nero, gli altri colori gli sembravano poco visibili o semplicemente inadatti. Visualizzava il momento in cui avrebbe attraversato la soglia, a notte alta, la porta socchiusa, il giaccone buttato direttamente sul pigiama a righe, e con la bomboletta in mano avrebbe scritto il suo nome con freddezza e precisione. Ma la fatica, l’ansia sottile che gli appesantiva la respirazione, dimostravano che quelle proiezioni erano orribilmente lontane dall’avverarsi. In fondo non aveva neanche il coraggio di soffermarsi a guardare la parete per prendere le misure e stabilire le proporzioni che avrebbe dovuto ritrovare quasi al buio, a memoria, nel momento decisivo; perché usare una torcia, o anche solo il cellulare, avrebbe fatalmente attirato attenzioni indesiderate. E anche se non era infrequente che si alzasse durante la notte per andare al bagno, temeva che il sonno di sua moglie potesse interrompersi proprio nella notte sbagliata, costringendolo a posticipare ulteriormente il suo progetto e ad aspettare un paio di minuti seduto sul bordo della vasca per poi tirare lo sciacquone a vuoto. Ma sapeva di non poter aspettare troppo a lungo. Alla pensione mancavano circa due anni, e con essa sarebbe sparito il blocco di attività che occupava il grosso delle sue giornate: quindi perché mai avrebbe dovuto risparmiare anche il resto della sua vita, che già faticava a trattenere tra le dita fuori dagli orari d’ufficio? Amava pescare, ma per riempire tutto quel tempo avrebbe davvero dovuto svuotare gli oceani. No, doveva mettere un punto fermo prima che la situazione fosse irrecuperabile, e pensare ad attività pomeridiane, ai corsi della locale università della terza età, era soltanto una parte della soluzione, sicuramente la più prosaica. Poteva tornare sulla questione in futuro. Era più urgente pianificare l’azione, a cominciare da quella benedetta vernice. Eppure tornava a pensare a come gestire le reazioni dei familiari, alla denuncia contro ignoti che avrebbe sporto presso i carabinieri come ulteriore copertura, all’alibi semplicissimo, stanotte ho dormito come un sasso, che avrebbe usato, alle ore, forse anche due o tre giorni interi, che sarebbero trascorse prima di rimuovere la scritta: perché se ne sarebbe preso cura lui stesso, magari un sabato pomeriggio, e avrebbe osservato attentamente la scritta mentre la cancellava, cercando di capire se tutto quello che aveva fatto era stato sufficiente per farlo tornare, quel nome sbiadito, al suo posto, un punto variabile ma sempre vicinissimo al centro rovente dei pensieri. Era fondamentale riuscire a impararlo di nuovo per poterlo conservare negli ultimi anni. A questo serviva il tempo rimanente: a questo e a costruire il coraggio, che continuava a brillare per la sua assenza quando dopo cena, si fermava a osservare i due paesaggi bucolici, ormai risaputi, appesi in salotto, con la consapevolezza bruciante di trovarsi all’estremità sbagliata della parete.

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